ARCHIVIO CENSURA

CALCIO BOCCONI, calcio bocconi - seconda parte


Sono favorevole all'aborto fino a tre mesi dopo la nascita del bambino. Questo non mi rende tra i più adatti per fare la morale a Christian Vieri.

E nessuno di voi lo è, tranne Gesù Cristo, mio stimato lettore e uomo giusto ma inviso alla lobby dei catering. Ognuno di noi ha infatti la sua doppia morale. Ricordo un tizio che mi raccontava scandalizzato di una sua amica che aveva copulato col fratello del fidanzato. Gli domandai: "E tu cosa le hai detto?". Mi rispose: "Le ho detto che era una stronza. Poi mi sono rivestito e l'ho lasciata lì a meditare".

D'altronde non è necessario essere sempre coerenti: Ronald Reagan era un leader sindacale prima di contribuire a insaguinare il Nicaragua. Ma c'è chi nel suo piccolo si tinge di biondo, passa dalle Marlboro alle Camel o addirittura paga il canone Rai: "libertà" gridava William Wallace mentre lo castravano.

A volte però il cerchio della libertà individuale si sovrappone ad altri cerchi i cui proprietari si sentono legittimati a protestare e chiedere conto di scelte altrui: buon esempio di sovrapposizione è il passaggio di un giocatore simbolo della tua squadra a quella diretta rivale.
Come risolvere questa noiosissima e proletaria contestazione di quei fannulloni chiamati tifosi? Io mi ispirerei a John Wayne che nella commedia frizzante 'McLintock' buttò lì un: "Nel dubbio, dì sempre la verità".

E allora che ci dicano la verità, una cosa tipo: "Raga, il mondo è cambiato, non pretendete di essere gli ultimi romantici dell'isola. I calciatori sono accessori della vostra passione. Quando parlano di amore, tifo e colori-nel-cuore dicono puttanate perché prendono percentuali sulle maglie. Ma non sono cattivi, si comportano così perché anche noi che li paghiamo li usiamo come oggetti. E pure voi che li applaudite, al terzo mese senza gol, li contestate. Per cui, accettate che il calcio sia cambiato, e continuate a comprare paccottiglia griffata coi nostri colori e il loro nome. Grazie a questi soldi, promettiamo di finanziare nuovi fuoriclasse da adorare che un giorno noi scaricheremo e voi potrete detestare. D'accordo?"

Ah! Questa sarebbe aria fresca, un sano choc, la tua ex che ti confessa: "Sì, sono una troia", l'alba del nuovo giorno, l'uso consapevole delle illusioni.

Invece no, non è così, ed è per questo che io mi sento preso in giro: perché da un lato veniamo stimolati a identificarci coi portatori della nostra amata tshirt, dall'altro ci domandano di essere indifferenti alla loro prostituzione nel nome del "business". E cedutimi con orrore i centravanti che mi hanno rappresentato agli scorsi Mondiali, per la campagna abbonamenti di quest'anno, vedo coniato lo slogan: "Ti amo". Inciso: non voglio pensare quale fecondo cenacolo di cervelli sia stato radunato per lambiccarsi e sfoderare questo commovente e originalissimo inno ai sentimenti. Per la verità, nella mia esperienza, "Ti amo" è un'utile chiave verso l'amplesso, e io so quante ragazze mi hanno ingannato dicendomelo col solo scopo di possedere il mio corpo.

L'equivoco di chi confonde un prodotto con una squadra di calcio sta anche nell'annuale sforzo di individuare uno slogan inutile. Chissà se qualcuno nelle stanze del potere immagina davvero un acquirente inconsapevole che attraversi la strada, adocchi distrattamente la scritta inneggiante a generici sentimenti su sfondo nerazzurro e si folgori con un: "Mi è venuta una straripante voglia di acquistare la tessera stagionale dell'Inter e non so perché".

No, non è così. Le leve di marketing, il top of mind, la brand loyalty e quel sacco di nomi inglesi che ti avviano al linguaggio di subdotato per impressionare il tuo superiore, sono cianfrusaglie utili per farmi sbavare davanti a calzature sgargianti o per ingannarmi sul fatto che il mio pene diventerà più grosso grazie al telefonino videocamera.

Mi chiedo quanti ancora dovranno creare pozzi di debiti prima di accorgersi che questi stessi strumenti aziendalistici sono inadeguati per convincere un tifoso che lui è un tifoso: lo è già per definizione. E' una bestemmia confondere l'Inter, il Milan o la Juve con la Locatelli che fa le cose per bene, con il Perlana che ammicco e passo parola, o con quell'alcolista di Michele e i suoi diseducativi e ripetuti assaggi di whisky.

Dirigenti, sveglia: scrivetemi grosso sui muri la parola "Inter", nient'altro. Quello è il nome della sciarpa che mi ha regalato mio padre quand'ero piccolo, quella è la ragione dispotica di feroci liti con la mia ragazza, quello è il suono che mi rende stupidamente orgoglioso come uno scozzese in kilt e pisello sventolante, quella è la contesa infinita che mi renderà vivo coi miei amici milanisti il giorno del mio funerale.

Inter.

Vieri vada dove gli pare, me ne sbatto, ignorerò lui e il suo credersi uomo per aver marcato una quadrupletta col Brescia. Io sempre di più rispondo solo alla mistica della squadra e non alle persone che fisicamente la compongono.

E allora fa niente se mi attraversa San Siro qualche figlio di puttana. Diceva Cheyenne: "Sai Jill, mia madre era la più grossa zoccola dell'Alameda, ma la donna più dolce mai vissuta. Io non so chi sia mio padre: so che per almeno un'ora è stato sicuramente felice."

Se mi ha reso felice almeno per un'ora, grazie.
Adesso avanti il prossimo.

Catone

Rem tene, verba sequentur

 
I Bellissimi di I.org salutano


Rudi

Per i nostalgici di I.org, ecco le nostre edizioni cartacee

Mai Stati in B, e voi?

Inter abbiamo un problema, o no?<