ARCHIVIO CENSURA

SINDROME SVEDESE


Il senso di colpa è elaborato in modo diverso a seconda del proprio vissuto. Un mio amico diceva: “Non capisco chi tradisce. Per me è già difficile gestirne due”.

I mali psichici sono spesso mali storici e il XXI sec. si apre con una disturbo dell’animo che ci riguarda. Non parlo delle classiche ansie di prestazione sessuale, ormai così radicate nella nostra società, che anche masturbarsi sta diventando un problema. Siamo noi interisti sul lettino a porci la cruda domanda esistenziale: “E’ forse colpa mia?”. Le abbiamo provate tutte: c’è chi ha sostenuto l’allenatore, cantato per i dirigenti, acclamato i giocatori, c’è chi ha santificato i preparatori atletici, odiato i procuratori, additato l’ ufficio stampa, svillaneggiato i giornalisti, sospettato gli avversari, fischiato i centravanti, contestato il presidente, pregato la Bibbia, il Corano, le Pagine Gialle; c’è chi ha maledetto gli sponsor, sputato sull’ erba, cambiato 15 maglie del buon augurio e persino chi ha portato locomotori di piccola cilindrata tra gli spalti; ma tutto questo è stato inutile.

Usualmente un ciclo di sconfitte o avvenimenti negativi deve finire e permettere alla ruota dei responsabili di essere rigirata daccapo; il discorso è statistico: per la legge dei grandi numeri un evento deve ripetersi prima o poi. Ma ormai al mondo restano solo due fenomeni irrisolti: Dio e la gestione Moratti. Nelle religioni il dilemma si scioglie con il mistero della fede, da noi questo discorso era già superato.

Così una nuova forma si affaccia all’universo della psicanalisi: la sindrome dell’Interista, una rivisitazione di quella di Stoccolma, ma a pagamento o con tessera annuale. In fondo tra Helsinborg, Malmoe e Goteborg potremmo anche chiamarla con un generico "sindrome svedese".

“Non erano così cattivi, mi davano anche da mangiare” è il triste adagio degli ostaggi. Così pure noi cominciamo a responsabilizzarci su tutto: ‘che io non abbia abbastanza applaudito Vieri?’ ci domandiamo mentre una guerra di miliardi è combattuta sopra la nostra testa; ‘che abbia eccessivamente criticato la dirigenza?’ pensiamo mentre le evoluzioni del progetto Inter superano per frequenza quelle della telefonia satellitare.
Il senso di colpa inconscio è quel meccanismo per cui il bambino vede piangere la mamma e pensa: ”Sono forse io il colpevole del suo dolore?”, mentre a un metro il padre la batte con la fibbia del Charro, quella grossa dei buoi che trascinano l’aratro.
Allora, guai a criticare Karagounis comprato a caso, o a giudicare Brechet inadatto allo sport in genere, o a ritenere fastidioso Coco che sempre ammalato viaggia però in ghingheri sulle copertine dei giornali. No, guai, perché Marco Tronchetti Provera ce lo ha detto: “Chi contesta non è interista”. Ci domandiamo se il modello di interista sia lui: azzimato, con la bella moglie esotica, elegante, signorile, stupendo. E forse anche noi dovremmo essere così: lasciare la Luigia, smettere di sacramentare in dialetto, comprarci la barca (quella bella) e applaudire, applaudire, applaudire. Potremmo trasformare San Siro in un foyer di consensi, e allora sì che le vittorie arriverebbero.

Ma ogni tanto mi chiedo: siamo davvero l’unica tifoseria brontolona al mondo? Mi passano così negli occhi le immagini di Trigoria blindata, di un derby interrotto per i fumogeni di contestazione rossonera, dello sciopero del tifo juventino (ah no, quella è la Coppa Italia).

E allora no, caro bambino, la mamma piange perché quello stronzo di tuo padre la pesta.

Un giorno elaborerò il mio complesso, tornerò a San Siro e insulterò con serenità uno stop sbagliato di Helveg, consapevole che anche in Danimarca gli farebbero fare al massimo lo scalpo di Amleto.

Catone

Rem tene, verba sequentur

 
I Bellissimi di I.org salutano


Rosaria

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Mai Stati in B, e voi?

Inter abbiamo un problema, o no?<