ARCHIVIO CENSURA

PANTANI REI


C'era ancora il biliardo su Telepiù nei pomeriggi in cui aspettavo il Giro d'Italia e Pantani. C'era Vitale Nocerino con la stecca all'italiana, vestito come un maitre di sala, nel silenzio degli astanti.

In giornate di trasferimento nella Pianura Padana mi sarei addormentato sui libri, ma quando il Giro saliva, stavo sveglio per il collegamento di Rai Tre: questo comportava stanchezza nei divertimenti notturni, unica mia preoccupazione dato che i miei allora non parevano ancora aver fretta di festeggiarmi laureato.

Così alle tre della tarde cambiavo rapporto e pedalavo anch'io. Che fosse il Tour o il Giro non mi faceva differenza: l'Izoard, le Dolomiti, la Cima Coppi, tutti nomi a me ignoti. Io, uomo di città, per me la mucca fa le uova e solo grazie ai cartoni animati avevo una vaga conoscenza dei monti: sorridono, ci sono le pastorelle rubiconde e se li abbandoni ti accasi a Francoforte.

Fino al Pirata vivevo nell'odio di Edipo e nell'invidia di mio padre e mio nonno, cresciuti con Fausto Coppi e Eddie Merckx; le mie storie su Chioccioli e Tonkov parevano non coinvolgerli. Quando finalmente Marco diventò la mia rivalsa, il Tyson opposto a ‘Marvellous’ Hagler, nonché la Musa ispiratrice delle mie prodezze sportive. Dopo la tappa spolveravo la Doniselli e via fino alla salita del garage pompando col rapporto fisso come sulle Tre Valli Varesine. Mi ero anche comprato la mountain bike che spingevo fino all'inverosimile nel controviale di Zona Fiera, succhiando la ruota delle vecchie col cestello e la borsa, per poi aprirmi a ventaglio e umiliarle sullo scatto.

Erano anni stupendi in cui il mio cervello lavorava al minimo, occupato a fare i conti sugli abbuoni e sui secondi di distacco, col gruppo che si scioglieva, mentre mi aggrediva l'ansia di migliaia di persone con la Guzzi dell'organizzatore a fenderle. Ho sempre sognato di rincorrere un grimpeur da aspergere con una bottiglietta d'acqua, sebbene le mie qualità sul fondo unite ai miei mezzi cardiaci non l'avrebbero permesso.

E arrivavano le vittorie, sue: zoom, prima la buffa maglietta coi pallini che finiva sulla spalle scornate di Virenque, poi quella rosa, la gialla, Parigi, Milano, da Via Canova agli Champs Elysees. Una lunga rincorsa con chi provava a stargli a ruota, con chi scoppiava, con chi si accontentava di andare al proprio passo lasciandolo salire col suo motorino tra i licheni che guardano a nord e le borracce che finiscono chissà dove.

Poi ha smesso, o ‘lo hanno smesso’ e per me i monti sono tornati la casa di Peter, dei miei amici che vanno a sciare vestiti da astronauti, delle catene obbligatorie che non ho mai dovuto comprare per battere l'inverno rigido di Piazzale Brescia.

Manco a dirlo, la Doniselli ha le ruote sgonfie e la mountain bike me l'hanno rubata, lei col mitico cambio Shimano in grado di farmi affrontare tutte le aspre false pendenze di Viale Farini.
Ora ho uno Zip 50 da battaglia con candela nuova, appena revisionato. Volo nel traffico e ogni tanto, fermo ai semafori, mi domando: chissà se Chioccioli corre ancora.

Catone

Rem tene, verba sequentur

 
I Bellissimi di I.org salutano


Robespierre

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Mai Stati in B, e voi?

Inter abbiamo un problema, o no?<