ARCHIVIO CENSURA

L'ESTINZIONE DEI DINOSAURI


Saranno i 30 anni che bussano alla mia porta e rapiscono la mia fertilità, che in un ultimo grido di giovanilismo ancora mi affanno a raccogliere in bislunghi sacchettini straunti.

Oppure, sarà perché sto perdendo le coordinate della mia passione e sono stanco di sorbirmi lezioni sul tifo come se ci fosse un breviario, stanco di accettare una gestione che non ha vergogna di smentire la propria onorabilità, stanco di sentirmi bersaglio commerciale di agostani cd pseudo-tecno in cui si concedono vocalizzi al centravanti ceduto un mese dopo con la stessa leggerezza.

La colpa è mia: sono una vecchia scoria del tifo, ancora sbalordito dagli incesti calcistici, dai terzini in vacanza o dai pavoni strapagati che applaudono strafottenti i propri tifosi. Boninsegna ha segnato la vita di alcuni di noi, gli stessi che scotomizzano le foto di Spillo in bianconero, gli stessi che sognano l'Inter rifiutare l'acqua in mezzo al deserto se l'unica oasi è juventina. Questo per irrazionale ma sportivo disprezzo atavico.

Invece oggi è tutto normale e io, a trent'anni, mi sento un dinosauro in cerca della mia dignità e identità nerazzurra. Trattare giocatori con Milan e Juve per me è peccato, forse perché conservo ancora il sogno glorioso di mio nonno: uscire dalla trincea strappandomi la camicia e offrendo il petto agli austriaci che mi crivellano mentre grido "W l'Italia!".

Questa Inter si sta omologando al calcio moderno con le sue partite a mezzogiorno e i suoi piagnistei su follie finanziarie, come se queste nascessero dal caso. Di fronte a questi orrori mi si chiede comunque di scappellarmi perché "alla fine dell'anno c'è un grande presidente che ripiana le perdite". Guai a lamentarsi, perché come ha detto di recente un dipendente nerazzurro: "Certi tifosi si meritano i Juary". Beh, qualcuno ti venga a dire che io con Juary mi trovavo benissimo.

Per me tutto quello che era Inter era un mito: le ignote meraviglie tecnologiche prodotte dalla Inno-hit, i 'formaccini' Grunland ammanniti alle partner occasionali nelle serate galanti, e gli estintori Meteor, ultimo sponsor utile prima che chicchissime scarpe colorate ci facessero tornare Ronaldo a riderci in faccia dai maxischermi di San Siro. Dov'è finito l'orgoglio del bauscia, che si sentiva un VIP anche nei posti in piedi?

Che ne sapete voi nuovi strateghi calcistici della mia Inter? Fate le linee moda o create gli uffici marketing in cui vi affannate a dimostrarmi che sono un tifoso nerazzurro: grazie, lo so. Vi affannate a tradurre le insalate verbali di Lamouchi in tailandese o giapponese e lo fate perché generazioni di giapponesi abbandonino l'ikebana, il karate o il bukkake per acquistarvi i portapenne griffati 'I love Inter'. E noi ingenui che abbiamo sempre comprato la sciarpa nerazzurra ai nostri ospiti stranieri perché imparassero a volerle bene, mentre spiegavamo loro in inglese maccheronico che: "The Milan two volts in B Series".

E poi mi urta sentirmi la morale sulla cristallinità del mio tifo, a me che ho quasi pianto per un gol di Ronaldo a Busto Arsizio, a me che ho sfidato la dissenteria per l'esordio di Taribo West a Varese, a me che non ho mai rimpianto l'invito di quella gnocca rifiutata per smoccolare a un gol di Wilmots. Non esiste il "vero tifoso", quell'essere lobotomizzato di cui parla Tronchetti Provera, e mi ribello a chiunque voglia etichettarlo in base al numero dei fischi o degli applausi, del consenso o del dissenso. Il "vero tifoso" è quello che quando segna l'Inter pensa che questa sia una bella cosa. Il resto sono cazzate e che mandino uno degli eleganti soloni a raccontare al Giuàn, abbonato da prima di Suarez, che lui non è un "vero tifoso" perché inveisce contro i Morfeo.

Voi avete preso la mia maglia, quella nerazzurra, e l'avete resa un accessorio. Ogni anno me la cambiate e ne aumentate il prezzo, la fate antiscivolo, antitraspirante o bordata in oro, e scordate che se non ci mettete dentro un'anima la scolorite prima del lavaggio. L'anima ce la mettiamo noi che leggiamo la Gazza in ordine di argomento, e che ancora occupiamo le serate a litigare sulla cessione frettolosa di Alessandro Pedroni.

Voi siete lì a spiegarmi cos'è l'Inter, con la vostra boria, la vostra cravatta, il telefonino sempre acceso per parlare col giornalista che presumibilmente in diretta vestirà il capo griffato della linea di Vieri e Maldini. Vi siete dimenticati che voi dovete informare me, che sono io il vostro referente. Mi guardate sempre più come un gorilla. Io contro Moratti non ho nulla: sbaglia come tutti con in più un naturale talento nel fare casini mondiali. Però che sia lui a dare rispetto anche all'orgoglio del dinosauro: mi estinguerò da solo, è inutile che spariate contro.

Vi lascerò nel vostro brodo, coi vostri para-campioni da poster subito vecchio, e mi dedicherò ad altro. I progetti non mi mancano: vorrei diventare il Max Pezzali italiano, o coronare il sogno di vestirmi come Paperino, con il cappello corredato da linguetta nera, la camicia marinara e facendo mostra del mio corpo e di quell'appendice che non punta più al sole con l'impressionante regolarità degli anni dell'adolescenza. Non lascerò l'Inter nell'attesa di avere una figlia che mi odia perché tutti le chiederanno: "Come mai ti hanno chiamato Karl-Heinz?".

Alla mio "basta" a interisti.org e al mio funerale di tifoso, vestirò la maglia nerazzurra in attesa che la grande gelata estingua la mia specie. Un giorno sarò esposto in un museo o sarò un oggetto di antiquariato dentro uno sky-box di San Siro, con la mia bandierina e la trombetta rompiballe: nessuno capirà mai perché sono morto con lo sguardo orgoglioso di un Tirannosaurus Rex. Ma so che chi ha voluto bene all'Inter, passerà di lì e avrà una lacrima.

Catone

Rem tene, verba sequentur

 
I Bellissimi di I.org salutano


Rava

Per i nostalgici di I.org, ecco le nostre edizioni cartacee

Mai Stati in B, e voi?

Inter abbiamo un problema, o no?<